Rivista AIAF - Associazione Italiana degli Avvocati per la famiglia e per i minoriISSN 2240-7243 / EISSN 2704-6508
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I nuovi orizzonti europei sul riconoscimento della genitorialità negli Stati membri (di Cinzia Calabrese, Avvocata in Milano, Presidente AIAF)


La Commissione europea il 7 dicembre 2022 ha presentato una proposta di nuovo Regolamento in forza del quale ai fini dell’attribuzione dello status di genitore, con il Certificato Europeo di Genitorialità, che potrà essere richiesto direttamente dal figlio (o dal suo rappresentante legale) allo Stato membro di provenienza, non avranno più rilevanza le modalità di concepimento o di nascita, la nazionalità o il tipo di famiglia di riferimento.

 

On December 7th 2022 the European Commission presented a proposal for a new Regulation. According to this new Regulation, thanks to a European Certificate of Parenthood, the mode of conception or birth, nationality, and the reference family type will no longer be relevant to the assignment of the parental status. This certificate could be requested directly by the child (or by the legal representative) from the member State of origin.

Keywords: European Regulation proposal – European Certificate of parenthood – parental status.

SOMMARIO:

1. Il quadro di riferimento - 2. La proposta della Commissione europea 2022 - 3. In particolare. Il Certificato Europeo di GenitorialitÓ - 4. At first glance: primi profili critici della proposta di Regolamento - 5. Conclusioni pratiche - NOTE


1. Il quadro di riferimento

Certamente degna di nota, e potenzialmente rivoluzionaria, la proposta di Regolamento adottata dalla Commissione europea lo scorso 7 dicembre 2022, mirata all’armonizzazione delle discipline nazionali in tema di riconoscimento del vincolo genitoriale negli Stati membri. Il diritto alla genitorialità è già stato, per così dire, “introdotto” nella disciplina comunitaria, in virtù di una delle libertà fondamentali dell’Unione europea, vale a dire la libertà di circolazione delle persone; libertà che, quando combinata con l’elemento della genitorialità, comporta già un riconoscimento in tutti gli Stati membri, con riguardo ai profili connessi dell’accesso al territorio, al diritto di stabilire la propria residenza e così via. Ad ogni buon conto, queste libertà “collaterali” derivano dal diritto comunitario, come anche dall’interpretazione della giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea: la disciplina nazionale dei singoli ordinamenti, ancora, rimane molto varia. La conseguenza è che, molto spesso, le famiglie transnazionali si trovano di fronte a delle vere e proprie “corse a ostacoli” per ottenere il riconoscimento del proprio status genitoriale, dovendo ricorrere all’Autorità amministrativa o, in molti casi, anche al radicamento di procedimenti giudiziali. Il progetto della Commissione europea si pone nel solco tracciato con le iniziative volte alla protezione dei diritti del minore, nonché delle famiglie LGBTQ+; iniziative che hanno incontrato il favore anche del Parlamento europeo, che si è espresso su questi temi con due recenti Risoluzioni [1]. Già nel 2020, durante il proprio discorso sullo Stato dell’Unione, la Presidente Ursula Von Der Leyen aveva affermato che «se si è genitori in un Paese, si è genitori in ogni Paese». Fondamentale, quindi, un contemperamento tra i diritti del componente dell’Unione europea e quelli del componente della famiglia; bilanciamento che, si consenta di dire, utilizzi la libertà di circolazione delle persone come “condotto” per assicurare la maggiore tutela del diritto del figlio alla propria identità, alla non discriminazione e, non da ultimo, alla famiglia. La portata innovativa di questa proposta è evidente: con l’entrata [continua ..]


2. La proposta della Commissione europea 2022

La novità della Commissione europea 2022 risiede nella possibilità, per i figli coinvolti in questioni transnazionali, di beneficiare dei diritti derivanti dal rapporto genitoriale in base alla legge nazionale del singolo Stato membro. La naturale conseguenza, oltre a una riduzione della burocrazia e dei costi per i cittadini, sarebbe una maggiore certezza e garanzia dei diritti delle famiglie e, soprattutto, dei figli. L’introduzione di regole uniformi è senz’altro mirata a ridurre e, potenzialmente, a evitare le situazioni che si verificano di frequente, in cui l’applicazione di diverse nor­mative nazionali sulla giurisdizione e sulla legge applicabile porta a soluzioni divergenti tra i vari Stati membri. Dal punto di vista contenutistico, la proposta di Regolamento mira principalmente all’indivi­duazione della giurisdizione e della legge applicabile alle controversie in materia di riconoscimento genitoriale. In particolare, la Commissione individua la legge applicabile in quella dello Stato della residenza abituale del genitore che dà alla luce il figlio, prevedendo criteri alternativi nel caso in cui questa riguardi uno soltanto dei genitori. Tra le altre misure, la proposta prevede che il riconoscimento dello status genitoriale possa essere dato, oltre che dai provvedimenti delle competenti Autorità nazionali, da alcuni “strumenti autentici” idonei a fornire la prova del rapporto genitoriale.


3. In particolare. Il Certificato Europeo di GenitorialitÓ

In particolare, la Commissione ha previsto la creazione di un Certificato Europeo di Genitorialità, che possa essere richiesto direttamente dal figlio (o dal suo rappresentante legale) allo Stato membro di provenienza. In questo modo, la Commissione europea sembra quasi porsi sulla stessa lunghezza d’onda del legislatore italiano, il quale, con la recente riforma del processo familiare, ha attribuito un ruolo centrale alla voce del minore (benché infraquattordicenne) al­l’interno dei procedimenti della famiglia, prevedendo la possibilità, per lo stesso, di chiedere autonomamente la nomina di un Curatore speciale. La proposta, ovviamente, ha effetto anche su numerosi altri settori del diritto (ad esempio, sull’esercizio della responsabilità genitoriale, sulle obbligazioni alimentari, ma anche sul diritto successorio); ad ogni buon conto, queste materie sono escluse dall’ambito applicativo del Regolamento, il cui contenuto “si limiterebbe” a completare e facilitare l’applicazione delle norme comunitarie in materia di diritto della famiglia e delle successioni. Gli Stati membri, infatti, mantengono la competenza legislativa sulla definizione di famiglia, nonché sull’emanazione di norme – sostanziali e processuali – relative ai diritti e doveri derivanti dallo status parentale. La Commissione, come detto, ha ideato il c.d. “European Certificate of Parenthood”, un certificato, non obbligatorio, richiesto allo Stato membro di provenienza e idoneo a fornire la prova dello status genitoriale negli altri Paesi. Secondo la proposta, al cittadino in possesso di questa certificazione non dovrà più essere richiesta l’esibizione di provvedimenti amministrativi o giudiziari, o altra documentazione aggiuntiva, allo scopo di provare lo status genitoriale. Da un punto di vista formale, il certificato avrà validità permanente e presenterà le medesime caratteristiche degli atti amministrativi dell’Unione (formato unico, redatto in molteplici lingue dell’Unione europea per ridurre i costi di traduzione). Il Certificato, inoltre, non sostituisce gli atti anagrafici del Paese di provenienza (ad esempio, l’atto di nascita o le omologhe certificazioni).


4. At first glance: primi profili critici della proposta di Regolamento

Interessanti sono stati i primi spunti a commento della proposta redatta dalla Commissione europea, che hanno evidenziato alcune criticità in punto di coordinamento e interpretazione di non poco momento. In particolare, già nell’introduzione non è attribuita particolare rilevanza ai figli concepiti (considerando 17). Inoltre, sono esplicitamente escluse dall’ambito applicativo del Regolamento le adozioni internazionali (il considerando 18 parla di “child adopted domestically”). In punto di giurisdizione, il Regolamento, all’art. 6, individua criteri di individuazione particolarmente “ampi”, di talché non può escludersi che la genitorialità possa essere contestata in altri ordinamenti rispetto a quello in cui il figlio ha la propria residenza abituale. Anche in tema di legge applicabile sono sorte delle difficoltà interpretative, ad esempio con riguardo alla difficoltà di individuare la legge applicabile ai casi di riconoscimento dello status genitoriale prima della nascita del bambino (art. 17). Inoltre, l’art. 19 sembra cristallizzare la legge applicabile in quella del Paese in cui ha la residenza abituale la persona che dà alla luce il figlio “al momento della nascita”, criterio che potrebbe facilmente diventare non rispondente al best interest of the child. Il Titolo IV del Regolamento, inoltre, porta alla luce il tema, assai rilevante, della terminologia utilizzata dal legislatore europeo e, in particolare, della scelta di non preferire terminologia gender-neutral (“parentage” invece di “motherhood” o “fatherhood”).


5. Conclusioni pratiche

La proposta passerà ora al vaglio del Consiglio, che dovrà approvarla all’unanimità, dopo le necessarie consultazioni con il Parlamento europeo. In caso di approvazione, è prevista una finestra di cinque anni dall’entrata in vigore del Regolamento, per verificarne le modalità applicative all’interno dei singoli ordinamenti, tramite una valutazione operata dagli Stati membri tramite le Autorità nazionali, professionisti esperti e altri stakeholders, prima di proporre eventuali modifiche.


NOTE