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L'avvocato a misura di bambino: l'ascolto del minore

Jennifer Bertuzzi, Avvocata in Brescia – Laura Simeone, Avvocata in Brescia – Monica Miglioli, Psicologa clinica

Le Autrici analizzano le modalità di ascolto che il Curatore speciale del minore deve considerare nel relazionarsi con quest’ultimo a seconda dell’età evolutiva e del singolo caso concreto e individuano tecniche di comunicazione e di linguaggio, atteggiamenti, prassi e strategie utili per l’incontro tra il Curatore speciale e il minore.

 

The Authors analyze the hearing procedures that the child’s special Guardian must consider in relating with the child, in accordance with the development age and the individual concrete case. They also identify language and communication techniques, attitudes, practices, and strategies useful for the encounter between the child and the special Guardian.

Sommario:

1. Premessa - 2. Il mondo del minore dal punto di vista psicologico – Indicazioni utili per costruire una relazione fiduciaria - 2.2. Le caratteristiche dell’ascolto in generale [3] - 2.3. Il linguaggio dei minori [4] - 2.4. Il Curatore speciale, tra ascolto ed informazione del minore - 3. Spunti pratici di riflessione in tema di ascolto del minore da parte del Curatore speciale del minore e strategie [5] - NOTE


1. Premessa

L’obiettivo dei curatori speciali è quello di creare una relazione fiduciaria con l’assistito bambino-adolescente, saperlo effettivamente accogliere, ascoltare, informare e tutelare, senza divenire fonte di ulteriore pregiudizio, prestando la massima attenzione nel relazionarsi con lui. Il Curatore speciale, detenendo la rappresentanza processuale [1] del minore, deve garantire la tutela dei suoi diritti, avendo l’obbligo giuridico e anche morale di portare la sua voce all’inter­no della procedura che lo coinvolge, cosicché i provvedimenti, seppur emessi provvisoriamente, siano per quanto possibile “a misura di bambino”, atto in cui si sostanzia la rappresentanza sostanziale. L’incontro tra il Curatore speciale e il minore è un diritto insopprimibile diretto a creare quella relazione di carattere fiduciario che deve esistere come presupposto di qualsiasi incarico legale e deve sussistere per tutta la durata della procedura.

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2. Il mondo del minore dal punto di vista psicologico – Indicazioni utili per costruire una relazione fiduciaria

2.1. Brevi cenni di psicologia dell’età evolutiva [2] Con il termine minori ci si riferisce a tutti quei soggetti la cui fascia d’età è compresa tra 0 e 18 anni, e che viene per l’appunto definita età evolutiva, con continui cambiamenti sia a livello so­matico che psicologico. Ogni fascia d’età si caratterizza per importanti acquisizioni nell’ambito dello sviluppo cognitivo, affettivo, relazionale e dei bisogni prevalenti. Possiamo considerare indicativamente 5 fasce d’età: prima infanzia (0-2 anni); seconda infanzia (2-6 anni); terza infanzia (6-11 anni); preadolescenza (11-14 anni), adolescenza (14-18 anni). Nella prima infanzia grande importanza rivestono lo sviluppo del linguaggio, la capacità d’inte­riorizzazione di azioni, oggetti, permettendo così la creazione di concetti. I bisogni primari, quali mangiare, bere, dormire, si accompagnano ai bisogni di affetto, attaccamento e al bisogno di esplorazione e di gioco. Nella seconda infanzia non ci sono solo attività percettive e motorie, inizia l’uso dei simboli e dell’attività logica. Aumentano il bisogno di autonomia e di interazione con i coetanei. Nella terza infanzia il linguaggio diventa uno strumento di conoscenza e dal punto di vista cognitivo vengono acquisite strutture logiche sempre più complesse. Nella preadolescenza ha inizio un lento processo dall’età infantile all’età adulta che comporta rotture e disarmonie che interessano il corpo, la personalità, i comportamenti, le relazioni con se stesso e con gli altri. L’adolescenza comporta l’abbandono del corpo infantile, come pure dell’identità infantile: pre­valgono il bisogno d’indipendenza, di ricerca della propria identità, di appartenenza al gruppo dei pari.

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2.2. Le caratteristiche dell’ascolto in generale [3]

«Se abbiamo due orecchie ed una sola bocca significa che dobbiamo ascoltare il doppio di quanto parliamo» (Zenone). Ascoltare o, meglio ancora, porsi in ascolto è un concetto molto spesso sottostimato nella sua complessità, richiama il fermarsi e mettere se stessi, tramite il canale uditivo, protesi verso la persona, nella disponibilità ad osservare, nel captarne i toni di voce e anche i silenzi. È da tener presente che nell’ascolto gli stati d’animo, gli interessi, le convinzioni, la disattenzione, la stanchezza, i valori, gli atteggiamenti possono fungere da filtro oppure da ostacolo. L’ascolto si manifesta tramite diversi canali quali l’aspetto verbale e quello non verbale. È importante sapere che i minori privilegiano la comunicazione non verbale, poiché condizionati dall’età, ma anche perché essa funge da strumento amplificativo utile per esternare quanto non riescono ad esprimere verbalmente: imbarazzo, timore, sensi di colpa. Inoltre, è importante sapere che esistono diverse tipologie d’ascolto, potendo essere attivo, passivo, selettivo, riflessivo, giudicante e che ogni tipologia porta con sé vantaggi e svantaggi, collocandosi in momenti diversi dell’ascolto. Un ascolto attivo e riflessivo lascia il tempo e lo spazio all’altro per narrare di sé e all’interlo­cutore per raccogliere-accogliere il messaggio inviato. L’ascolto selettivo e giudicante rischia di essere poco attento all’altro, poco rispettoso di tempo e diversità, per la fretta di arrivare rapidamente ad una conclusione univoca e talvolta giudicante. La circolarità è una peculiarità che lo qualifica: una fluidità che permette a pensieri ed emozioni di scorrere e collocarsi in noi e nell’altro. L’ascolto, quindi, è sicuramente pertinenza del difensore ma appartiene anche al minore, il quale lo utilizza per sondare la persona che ha di fronte e decidere se aprirsi. Una disponibilità reciproca può divenire un buon precursore sul quale costruire un ascolto sincero e funzionale. Per i minori essere ascoltati è fondamentale, tant’è che “Mi senti?” è la domanda che frequentemente rivolgono agli adulti; dietro tale richiesta si cela il loro bisogno di essere accolti, rispettati, creduti, visti. Affinché il minore [continua ..]

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2.3. Il linguaggio dei minori [4]

La comunicazione può essere definita come l’attività che permette di trasmettere informazioni mediante simboli, scambio di idee, sentimenti, intenzioni, atteggiamenti. Comprende qualsiasi comportamento verbale o non verbale che influenza l’atteggiamento, le idee e le attitudini di un altro individuo. Per il minore, la comunicazione è la risorsa più importante poiché gli consente di apprendere nuove azioni, parole e comportamenti. La comunicazione verbale rappresenta la parte più esplicita della comunicazione, in quanto attraverso le parole viene espresso il contenuto di un pensiero; questo tipo di comunicazione è sempre intenzionale e volontaria (a differenza di quella non verbale), poiché le parole sono il frutto di un pensiero, di un desiderio, di un bisogno che si vuole esprimere. La comunicazione verbale si avvale dell’uso del linguaggio (sia scritto che orale), un sistema di comunicazione che prevede la produzione (linguaggio produttivo) e la comprensione (linguag­gio comprensivo) di suoni e parole; comprende la forma, la funzione e l’utilizzo di un sistema convenzionale di simboli (parole, gesti, immagini) attraverso precise regole sintattiche e gram­maticali. Per comunicazione non verbale, invece, si intende un particolare processo di comunicazione mediante il quale un essere umano trasmette determinati messaggi all’interlocutore utilizzando espressioni facciali, sguardi, movimenti, ecc. Esso possiede un suo linguaggio specifico: trasmette significati per mezzo dei gesti; esprime emozioni attraverso il volto, la voce, i movimenti del corpo. Mentre la comunicazione verbale esprime il contenuto della comunicazione, la comunicazione non verbale esprime la relazione tra gli interlocutori. Essa ha diverse funzioni: ·    esprimere le emozioni; ·    comunicare gli atteggiamenti interpersonali; ·    partecipare alla presentazione del sé; ·    completare, sostenere, modificare, sostituire il contenuto del discorso. Il Curatore del minore deve conoscere e tenere sempre a mente quali dovrebbero essere le acquisizioni cognitive, psicologiche e relazionali del soggetto di cui si occupa, considerando che, in quanto soggetti in crescita, la capacità di esplicitazione verbale non può essere la stessa di quella acquisita ed utilizzata da un soggetto adulto. In aggiunta a [continua ..]

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2.4. Il Curatore speciale, tra ascolto ed informazione del minore

Nell’ottica dell’ascolto rientrano l’accoglimento ma anche la responsabilità di informare il minore rispetto al procedimento che lo coinvolge ed ai suoi possibili esiti. Questo compito è molto complesso. Il Curatore speciale deve informare il minore, fornire spie­gazioni che esulano dalla normalità evolutiva soprattutto quando ci si trova di fronte a soggetti ai quali non è stata consentita un’infanzia oppure un’adolescenza che rispecchia i canoni della normalità, in quanto si trovano a subire una condizione che non hanno scelto, compresa la figura del Curatore. Può accadere che l’esito del procedimento non coincida con i desideri del minore. In tal caso è ancor più importante combinare la parte informativa con la disponibilità all’ascolto (che non è né facile e né tanto meno automatica) ed il minore che si ha di fronte con tutta la sua storia, le sue fragilità ed eventuali resistenze. Quanto più il minore è piccolo tanto più diventa complesso informarlo ed è dunque fondamentale l’utilizzo di un linguaggio che si possa reputare ottimale e che sia confacente con l’età evolutiva dell’interessato. Tuttavia, se con l’adolescente può risultare più semplice gestire la parte informativa, il Curatore speciale può trovarsi in una situazione di difficoltà nel gestire alcuni atteggiamenti, di natura aggressiva e/o provocatoria, posti in essere dal minore adolescente, condotte che sono sintomo di un vissuto di disagio che potrebbe inficiare il clima di ascolto. Va rispettato anche il diritto a non essere informato cioè attuare tutte quelle misure che comunque vanno nella direzione di tutelare il minore, perché non possiede sufficienti strumenti emotivi per tollerare ed elaborare quanto detto o perché mette in atto comportamenti oppositivi e rifiutanti.

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3. Spunti pratici di riflessione in tema di ascolto del minore da parte del Curatore speciale del minore e strategie [5]

L’ascolto del minore, sia in ambito civile che penale, si articola in più momenti che vanno dalla conoscenza iniziale, all’informare, all’aggiornamento periodico, infine al congedo. Come già sottolineato in premessa, è fondamentale che tra il Curatore speciale ed il minore nasca un’intesa che possa portare alla costruzione di una relazione fiduciaria e di confronto reciproco. L’obiettivo di creare una relazione fiduciaria con il minore deve essere il faro che guida il Curatore speciale sin dall’assunzione del suo incarico, cosicché il primo incontro conoscitivo deve far sì che l’assistito si senta accolto, a suo agio nonché rispettato anche nelle sue fragilità e nel suo non voler eventualmente interloquire. Si deve sempre tener presente che non può esistere un approccio univoco nel cercare di costruire la relazione fiduciaria poiché ogni bambino è a sé così come lo è ogni Curatore speciale, tuttavia, vi sono delle modalità di ascolto che tendono a dare risultati positivi nella maggioranza dei casi, anche se come anzidetto vanno adeguati al singolo caso. Il Curatore speciale deve necessariamente confrontarsi con realtà familiari e umane dove le dimensioni del dolore, dell’impotenza, della violenza, dello sconvolgimento sono tali da aver condizionato e segnato il vissuto del minore, così come deve rapportarsi con culture e religioni diverse, oltre che con l’eventualità che il piccolo sia stato sradicato dal suo contesto abitativo e allontanato dai familiari. È fondamentale altresì che il Curatore speciale si confronti con gli operatori che hanno in carico il minore e il suo nucleo familiare, al fine di raccogliere tutte le informazioni utili sullo stato psico fisico dell’assistito, del suo vissuto e della condizione familiare. Il confronto con l’Equipe Minorile è di fondamentale importanza. Del resto è importante anche la partecipazione al primo incontro, ed eventualmente in quelli successivi se ritenuto utile, tra Curatore speciale e minore, soprattutto se molto piccolo, di un operatore (psicologa, assistente sociale, educatore, psichiatra, insegnante di sostegno) così da dare tranquillità ai due interlocutori, accreditando l’Avvocato agli occhi del piccolo. Rientra anche nella tutela del minore che il Curatore speciale [continua ..]

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NOTE

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