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Il diritto all'unità familiare dello straniero tra politica del diritto e coesione sociale, nella società multiculturale

Marco Ferrero. Avvocato del Foro di Padova. Professore a contatto di Diritto dell’immigrazione nell’Università Ca’ Foscari Venezia

L’autore evidenzia come che la sfida epocale portata alla società italiana contemporanea dalla diversità, non ha trovato per il momento interlocutori adeguati. Le cosiddette “politiche” messe in campo fino ad ora in Italia appaiono non tenere in conto a sufficienza dell’evoluzione del dibattito, ormai decennale, sulla questione del multiculturalismo, essendo rimaste ancorate al modello multiculturale liberal-nazionale classico e alla sua versione pragmatica e post-politica del Corporate Multiculturalism. In questi termini, non può stupire come ci sia ancora chi, sul piano dell’ordinamento giuridico, non veda altra via d’uscita che restare ancorati al porto apparentemente sicuro del principio giuridico di eguaglianza posto dalla Carta costituzionale.

The author points out that the epochal challenge that diversity has brought to contemporary Italian society has not found adequate interlocutors for the time being. The so-called “policies” put in play in Italy thus far appear not to take sufficient account of the development of the now decade-long debate over the question of multiculturalism as they are still anchored to the classic liberal/national multicultural model and to its pragmatic post-political version of “Corporate Multiculturalism”. In these terms, it comes as no surprise that there are still those who, on the level of the legal system, see no way out other than to remain anchored in the apparently safe harbour of the juridical principle of equality laid down by the Constitution.

Sommario:

1. Premessa - 2. Il modello implicito di integrazione “all’italiana”, tra rappresentazione simbolica e sanzione giuridica - 3. Dalla precarizzazione sociale alla discriminazione istituzionale - 4. Il sistema di asservimento dell’immigrazione - 5. Discriminazioni istituzionali contro le famiglie immigrate - 6. Invece del percorso di cittadinanza, un’integrazione subalterna - 7. Conclusioni: l’eclissi del multiculturalismo e il ritorno dell’assimilazionismo in salsa italiana - NOTE


1. Premessa

Mentre la cronaca politica resta ripetitivamente concentrata sulla narrazione degli “sbarchi” di alcune centinaia di richiedenti asilo, la popolazione straniera regolarmente residente, in larga misura composta da famiglie straniere, di origine straniera o miste, è notevolmente aumentata, passando da meno di 1 milione e mezzo nel 2002, a più di tre milioni e mezzo nel 2010, fino a poco più di cinque milioni nel 2017. In quindici anni cioè, solo a considerare il periodo scandito dall’entrata in vigore della legge cosiddetta Bossi-Fini, si è passati dal 2,4% della popolazione del 2002, all’8,3% nel 2017. Oggi un residente su dieci è straniero [1]. Poiché l’incidenza del discorso pubblico sulla percezione dell’immigrazione è evidente ed evidentemente determina la percezione del fenomeno da parte dell’opinione pubblica, orientandone gli atteggiamenti, i comportamenti e le scelte politiche, proviamo a ricostruire brevemente quale è stato il discorso pubblico che ha accompagnato questa crescita di presenza ormai divenuta strutturale. Paradigmatica è la vicenda dei cosiddetti sbarchi degli albanesi: da “fratelli albanesi da accogliere” a “clandestini da respingere”. Nel volgere di poche settimane il massiccio arrivo di immigrati albanesi in Italia del 1990, fu rappresentato nel discorso pubblico con tutta la potenza dell’immagine: il fuoco del fotografo si allargò velocemente, le riprese mandate in onda erano tutte riprese dall’alto e se nelle prime settimane gli italiani hanno conosciuto i volti di tante famiglie albanesi, fratelli di là del mare che erano sfuggiti al giogo del regime comunista di Enver Hoxha per scegliere il mondo libero, “la ‘Merica”, rapidamente abbiamo visto carrette del mare letteralmente brulicanti di “disperati” aggrappati ai parapetti e perfino alle cime dei “barconi”. In corrispondenza con questo svolgersi della rappresentazione mediatica dello “sbarco” divenuto “esodo”, l’accoglienza spontanea dei “fratelli albanesi”, da parte di singoli cittadini, sindaci del Sud e del Nord Italia, venne rapidamente frustrata dall’approccio istituzionale sicuritario che vide il governo italiano dell’epoca, macchiarsi del primo ed unico episodio di espulsioni collettive, vietate [continua ..]

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2. Il modello implicito di integrazione “all’italiana”, tra rappresentazione simbolica e sanzione giuridica

Il dibattito pubblico, arido com’è di analisi e confronto nel merito delle questioni, oscilla da trent’anni tra una lettura in termini emergenziali, di “esodo”, di “invasione” ed un approccio uti­litarista in cui gli immigrati servono per “pagare le pensioni”, “mantenere un saldo demografico attivo”, “fare i lavori che gli italiani non vogliono più fare”. Ma ciò che preoccupa maggiormente è che le politiche migratorie nazionali e locali propongono (o meglio, impongono) un modello assimilazionista che chiede il rispetto “delle nostre regole, dei nostri valori”, senza dare in cambio quello che tradizionalmente tale modello concede [3]. Nel modello politico liberale classico, di cui quello assimilazionista costituisce una delle principali realizzazioni storiche, le differenze vengono relegate in uno spazio privato, contrapposto a quello pubblico di cui la sfera privata è considerata complementare, ma subordinata. È uno spazio pubblico neutro e omogeneo, nel bene e nel male indifferente alle differenze, le quali sono tollerate, in una certa misura incentivate, purché esercitate nella sfera privata. In cambio gli individui possono accedere ad un ordinamento ugualitario [4]. In Italia però ad una imposizione di regole e valori “nostri” non corrisponde più un ordinamento paritario. Infatti, come si vedrà di seguito, non si contano più i casi di discriminazione istituzionale posta in essere in virtù di norme nazionali o regionali discriminatorie, che puntualmente sono spazzate via dai giudici di merito o dalla Corte costituzionale, come pure è difficile tenere il passo con le delibere comunali che subordinano la concessione di provvidenze sociali ai requisiti del possesso della cittadinanza italiana o a quello più subdolo della residenza da un consistente numero di anni. In ogni caso, anche in Francia, il modello di integrazione liberale ha evidenziato delle importanti criticità (basti pensare alle rivolte nelle banlièus francesi nel 2005), perché comporta una frattura tra la dimensione politico-civica e quella socio-culturale e identitaria dell’individuo. Al modello politico assimilazionista, viene spesso contrapposto quello anglosassone, cosiddetto multiculturale. Chi ha messo a fuoco [continua ..]

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3. Dalla precarizzazione sociale alla discriminazione istituzionale

Sebbene si possa rintracciare un filo rosso che collega e crea una continuità di impostazione, tra­sversale ai governi dei vari colori succedutisi negli ultimi trent’anni, è possibile rintracciare cambio di passo delle politiche sull’immigrazione, nella stagione del cosiddetto Pacchetto Sicurezza, culminata nella approvazione della l. n. 102/2009. A dispetto di una retorica politica inconcludente, che ha voluto individuare nella anteriore legge c.d. Bossi-Fini (l. n. 189/2002), la stretta restrittiva nella disciplina dell’immigrazione, è con il c.d. Pacchetto Sicurezza che la normativa sugli stranieri assume quel carattere di specialità che sconfina ormai in via “ordinaria” nella compromissione dei principi e delle norme costituzionali e nella violazione degli obblighi di adeguamento alle norme comunitarie, tanto da consentire di parlare di discriminazione istituzionale [9]. Il Pacchetto Sicurezza del 2009, infatti, con dieci anni d’anticipo sul decreto Sicurezza, non si limita ad incidere sul Testo Unico (d.lgs. n. 286/1998) bensì, per la prima volta vede il legislatore sconfinare da quell’area di “specialità” che aveva sino ad allora contraddistinto il diritto “degli stranieri” e interviene sulla disciplina codicistica, penale e civile, insomma sui diritti di tutti, che nella maggior parte dei casi, si è trattato di norme che ponevano seri problemi di legittimità costituzionale e che non hanno superato il vaglio del giudice delle leggi [10]. L’effetto di tali “norme bandiera”, non è evidentemente quello di regolare il fenomeno migratorio, bensì piuttosto quello di produrre un sicuro risultato politico (in senso elettorale) e “culturale”. D’altra parte si tratta di norme efficaci prima ancora di entrare in vigore, nelle prassi applicative non solo degli uffici periferici del Ministero dell’Interno, ma pure degli Uffici anagrafe dei Comuni, degli istituti scolastici e delle aziende sanitarie (sic!). Basti pensare ai ripetuti episodi (alcuni registrati ancor prima della pubblicazione delle norme del Pacchetto Sicurezza in Gazzetta Ufficiale), di espulsione di stranieri recatisi a celebrare le nozze privi del permesso di soggiorno (in contrasto con le previsioni dell’art. 29 Cost., nonché dell’art. 12 [continua ..]

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4. Il sistema di asservimento dell’immigrazione

La dura svolta del 2008-2009 – se si può parlare di svolta – nella politica migratoria nazionale e locale, nell’orientamento dei mass-media, nell’atteggiamento generale della società italiana nei confronti degli immigrati, che ha fatto registrare un acutizzazione di episodi di razzismo e xeno­fobia, non costituisce un fulmine a ciel sereno. Essa è l’esito di un lungo processo sociale, articolato e multidimensionale, maturato negli anni e nei decenni precedenti; in particolare è il risultato dell’inasprimento di politiche, pratiche, discorsi, negli anni passati costantemente ostili verso gli immigrati. In questo senso l’acutizzazione del razzismo verificatasi in Italia negli ultimi dieci anni, non è il risultato di un’ondata improvvisa di stupidità di massa. È, invece, il frutto del sistema dei rapporti sociali che in questi decenni l’Italia ha instaurato con(tro) l’immigrazione: un sistema discriminatorio che ha prodotto una nuova disuguaglianza, basata sulla provenienza nazionale e sul pregiudizio razziale. Questo lungo processo ha preparato il terreno all’acutizzazione del razzismo registratosi negli ultimi anni a livello istituzionale e – da lì – a livello popolare. Esso ha predisposto le istituzioni, le organizzazioni e la popolazione al rincrudimento delle politiche di controllo; ha preparato alla diffusione di atti discriminatori compiuti da amministrazioni centrali e periferiche, da pubblici ufficiali, da imprenditori, da addetti ai servizi, da comitati di “cittadini”; perfino da una parte degli immigrati stessi, sollecitati a prendere le distanze dai “clandestini”, dai “romeni”, dai “rom”, dagli ultimi arrivati. Prima di analizzare le cause, le forme e gli effetti dell’intensificazione del razzismo è necessario, quindi, esaminare la genesi e i caratteri del sistema discriminatorio testé citato. In Italia si è formata una nuova disuguaglianza sociale, basata sulla provenienza nazionale, sulla razza. Essa è il risultato dell’azione combinata di almeno tre strutture di stratificazione sociale – l’ordinamento giuridico, il mercato del lavoro, i mass-media – che hanno seguito specifiche logiche normative, economiche e sociali, consolidatesi nel tempo, volte [continua ..]

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5. Discriminazioni istituzionali contro le famiglie immigrate

Numerosissime, in questi anni, sono state le pronunce giurisdizionali che sono intervenute a censurare la sempre più diffusa tendenza da parte di tanti enti locali e funzionali a limitare l’acces­so alle prestazioni sociali e l’esercizio di attività economiche rientranti nell’ambito dell’autono­mia privata. Merita di essere menzionata la vicenda che ha interessato il Comune di Brescia, in quanto può essere considerata emblematica della pervicacia con cui sempre più spesso le Pubbliche Amministrazioni centrali o locali pongono in essere e addirittura reiterano comportamenti e prassi discriminatorie in palese contrasto con orientamenti giurisprudenziali ormai consolidati. L’amministrazione comunale bresciana adottava una delibera con la quale veniva riservato un contributo una tantum di 1.000 euro per i nuovi nati (bonus bebè) con almeno un genitore italiano, escludendo i figli di stranieri, compresi i titolari di permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo. Il Tribunale di Brescia, adito emetteva una ordinanza il 21 gennaio 2009 che accerta l’effetto discriminatorio della delibera e rimette in termini i genitori stranieri prorogando al 28 febbraio 2009 il termine per la presentazione delle domande. Il Comune di Brescia allora adottava una nuova deliberazione di revoca della prima, contro la quale il giudice bresciano emetteva una seconda ordinanza, qualificando il comportamento del Comune come discriminatorio e ritorsivo, disponendo il ripristino della prima delibera ordinando l’estensione del beneficio alle coppie di genitori stranieri e la predisposizione a carico del Comune di Brescia di un programma di sostegno all’erogazione del beneficio mediante idonea pubblicità sui media locali, ai sensi dell’art. art. 4, 6° comma, d.lgs. n. 215/2003 [14]. La Corte costituzionale è infatti da molto tempo categorica nell’affermare che «le distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e di condizioni personali e sociali non possono essere assunte quali criteri validi per l’adozione di una disciplina diversa» e che «ciò significa che l’art. 3, c. 1, contiene un precetto di fronte al quale non sono ammesse deroghe da parte del legislatore ordinario» [15]. Si noti, tuttavia, come l’art. 3 Cost. [continua ..]

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6. Invece del percorso di cittadinanza, un’integrazione subalterna

Selezionato nell’ammissione, il migrante si ritrova con uno statuto di straniero, che gli impone doveri e ne limita i diritti, inferiorizzato giuridicamente prima ancora che rappresentato quale pericolo per la comunità statale. Tale status di straniero regolarmente soggiornante, sottoposto a continue verifiche e controlli, è il pass con cui egli si presenta nel mercato del lavoro. È evidente che lo sfruttamento del lavoratore immigrato si determina prima che sul piano dei rapporti economici, come avviene nel caso della forza lavoro autoctona, innanzi tutto su quello politico e istituzionale. Se a questo si aggiunge la considerazione che nell’elaborazione delle politiche migratorie gli interessi dei migranti non sono minimamente rappresentati, ben si comprende che il piede di partenza per una considerazione in termini multiculturali delle istanze individualistiche di coloro che andranno a comporre il mosaico socioculturale, non è esattamente quello giusto. L’attenzione riservata dagli ultimi governi italiani, di ogni colore, alle politiche di controllo dei flussi migratori è perciò “giustificata” dalla considerazione che esse agiscono anche come efficaci mezzi per il contenimento del costo del lavoro e dunque come potenti fattori di condizionamento dell’esistenza degli individui e dunque di quelle condizioni necessarie per la costruzione di uno spazio autenticamente multiculturale che sono le istanze individuali (realizzazione personale, interiorità, soggettività), i fattori socioculturali (valori, stili di vita, sfera privata) e le rivendicazioni identitarie (bisogno di riconoscimento, affermazione di specificità). Lo strumentario giuridico che co-determina tale alterazione, – attraverso la segmentazione e la stratificazione in chiave gerarchica delle posizioni giuridiche degli immigrati non comunitari –, è estremamente articolato e meriterebbe una trattazione ad hoc. Nella posizione più bassa di questa gerarchia di status, la condizione socio-giuridica dei sans-papiers costituisce la migliore cartina di tornasole dell’attuale distanza tra la ineludibile necessità di un Paese – l’Italia –, recentemente divenuto di immigrazione, di sostenere la sfida della diversità e le politiche concretamente adottate, le quali sono [continua ..]

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7. Conclusioni: l’eclissi del multiculturalismo e il ritorno dell’assimilazionismo in salsa italiana

Oggi in Italia il maggior sfruttamento della manodopera immigrata avviene attraverso specifici processi e meccanismi. Se gli immigrati globalmente sono destinatari di una concreta politica di esclusione e di segregazione, volta a favorire la loro temporaneità e ad ostacolarne la permanenza, al contempo essi sono destinatari di un messaggio assimilazionista (“gli immigrati devono integrarsi”) finalizzato a ottenerne il massimo adattamento. Questo messaggio fa parte di una politica di assimilazionismo senza assimilazione, dal carattere prevalentemente politico, propagandistico, che impone l’assimilazione ai valori dominanti e l’adeguamento totale alle condizioni di sfruttamento imposte dalla società di arrivo per un minimo di inclusione sociale; solo un “minimo”, attenzione, perché poi non c’è una vera parificazione sul piano sociale, politico e giu­ridico. Questa politica chiede la pura e semplice spoliazione della massa delle popolazioni immigrate, delle quali ne disconosce la dignità, mentre attua una vera assimilazione – pur sempre subordinata – di una piccola parte di immigrati, quelli ritenuti “affidabili”. Il passaggio obbligato dell’assimilazione stabilito dal discorso pubblico, intrinseco al razzismo istituzionale, rappresenta però un mero simulacro, che corrisponde ad una mera prospettiva di assimilazione, ad un miraggio, il cui traguardo viene continuamente spostato in avanti e che costituisce il giogo con cui è tenuta a bada la massa degli immigrati. In questo senso il messaggio assimilazionista contiene un diktat perentorio e molto chiaro: non fare nessun tipo di richiesta, stare al proprio posto, praticare l’auto-spoliazione nel miraggio dell’integrazione – irraggiungibile in realtà. L’eliminazione di spazi e di situazioni culturalmente plurali, multiculturali, oltre ad avere un significato politico, risponde anche ad una esigenza di piena penetrazione dello sfruttamento capitalistico in quelle realtà che non risultano esserlo a pieno. Nelle realtà multiculturali alcune situazioni sfuggono, possono sfuggire, al pieno dispiegamento della razionalità del mercato. Per questa ragione il legislatore ha adottato politiche e retoriche neo-assimilazioniste, che prefigurano [continua ..]

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NOTE

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