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L'affidamento tra violenza di genere e alienazione parentale

Gabriella de Strobel, Avvocata in Verona

 L’autrice mette in evidenza le relazioni tra l’affidamento condiviso, la violenza di genere e l’aliena­zione parentale. Quest’ultima sempre più spesso utilizzata per occultare la violenza e in particolare la violenza domestica.

The author examines the relationships between shared custody, gender violence, and parental alienation. The latter being increasingly used to conceal violence, and domestic violence in particular.

Sommario:

1. Violenza di genere: definizione e strumenti di contrasto - 2. L’affidamento condiviso e la violenza di genere - 3. Alienazione parentale e violenza di genere - 4. Mediazione e violenza di genere - 5. Conclusioni - NOTE


1. Violenza di genere: definizione e strumenti di contrasto

La Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio ha affermato che la violenza di genere è una “emergenza nazionale”, che non può mai essere sottovalutata o “nor­malizzata”. È una violenza che pone la vittima in stato di sudditanza e che dà al persecutore strumenti di controllo e comando su uno o più componenti della famiglia, per farlo sentire sicuro di sé. Oggi purtroppo si tende a ricercare la “corresponsabilità” nelle donne per le violenze subite. I dati, sebbene in calo, fotografano ancora una situazione molto preoccupante. Le tipologie riguardanti le condotte violente più frequenti, riguardano comportamenti che si inquadrano nello “stalking”, negli abusi “psicologici”, anche di carattere economico, aspetti questi spesso sottovalutati, fino alle violenze fisiche o sessuali. Sono comportamenti trasversali che riguardano tutti gli strati sociali e che spesso, dalle vittime, non sono nemmeno riconosciuti e/o percepiti. I comportamenti violenti che possono sfociare in reati gravi quali l’omicidio e le lesioni, sono nella stragrande maggioranza dei casi preceduti da una strisciante violenza domestica che si consuma all’interno della casa familiare, con il co­involgimento anche dei figli, con la conseguenza, altresì, che nella quasi totalità dei casi non vi sono testimoni che possano essere chiamati a deporre sui fatti accaduti in casa. * * * Anche i bambini direttamente o indirettamente sono spesso vittime di abusi o maltrattamenti o sono vittime della c.d. violenza assistita. Il coinvolgimento dei bambini nella violenza domestica può avvenire non solo durante la convivenza dei genitori, ma anche nella fase di separazione e dopo la separazione stessa. Anzi queste ultime due fasi sono particolarmente a rischio per il coinvolgimento dei figli da parte del partner violento, il quale può utilizzare i bambini come strumento per reiterare i maltrattamenti sulla madre e per continuare a controllare l’altro genitore, nella maggior parte dei casi la madre. Inoltre, in queste fasi aumenta il rischio di escalation della violenza e la possibilità di un esito letale (omicidio della madre, omicidi plurimi, omicidio-suicidio). Sul piano del contrasto alla violenza di genere sono intervenute norme sovranazionali dell’U­nione europea [continua ..]

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2. L’affidamento condiviso e la violenza di genere

L’introduzione nel 2006 delle norme sull’affidamento condiviso, che presuppone una assunzione delle responsabilità genitoriali in capo ad entrambi i genitori – seppur separati, ha drammaticamente “anestetizzato” il conflitto familiare ovvero la violenza di genere perpetrata all’in­terno della famiglia. L’affido condiviso viene concesso in maniera quasi automatica nelle cause di famiglia, mentre la verifica delle capacità genitoriali, anche alla luce di problematiche legate alla violenza di genere, è demandata ad una fase successiva, con il serio rischio di vedere la violenza perpetrata e magari aumentata. L’istituto della bigenitorialità forzata, tramite l’affido condiviso, mette così a rischio la possibilità, per donne e bambini, di liberarsi dai vincoli di una relazione abusiva e distruttiva. I figli sono nella maggioranza dei casi collocati presso le madri, ma la responsabilità genitoriale condivisa pone il genitore collocatario nella posizione di dover sempre concordare con l’altro le decisioni necessarie per la gestione del figlio e nei casi di violenza di genere, detta circostanza, configura un ulteriore possibilità per il padre di abusare e generare conflitti familiari. Tali situazioni altro non fanno che incidere negativamente sul rapporto genitori-figli, e in alcuni casi portano il figlio a schierarsi con uno dei genitori, e a rifiutare l’altro. Nella prassi di moltissimi Tribunali si tende a disporre modalità di affido condiviso anche nei casi in cui vi è una forte conflittualità genitoriale che maschera “agiti violenti”, finendo per esasperare i rapporti tra i genitori che difficilmente trovano un accordo sulla gestione dei figli e diventando le modalità di affido condiviso ingestibili anche per i figli stessi, che sono continuamente sottoposti a continui cambiamenti e si sentono disorientati. Pertanto, quando l’affidamento condiviso risulta contrario alla serenità e alla crescita psico-fisi­ca del figlio, e, quindi, contrario all’interesse del figlio (minore), occorrerebbe, senza dubbio, applicare le modalità di affidamento esclusivo. Questa modalità deve essere tenuta in particolare considerazione soprattutto in presenza di situazioni connotate da violenza familiare: in caso di violenza sulla donna in presenza dei figli; quando vi [continua ..]

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3. Alienazione parentale e violenza di genere

Le madri che denunciano eventi di violenza domestica trovano spesso difficoltà e talvolta impossibilità nell’ottenere l’affidamento esclusivo e rischiano di trovarsi con l’accusa di alienazione parentale, perché i minori rifiutano di incontrare il genitore violento. Le indagini che vengono espletate nei giudizi civili appaiono superficiali, non sono indagate le situazioni di violenza, che normalmente vengono banalizzate e ricomprese nel “conflitto familiare”. I figli rappresentano la motivazione principale per lasciare il partner violento ma anche un “ostacolo” per uscire dalla violenza. Le donne con figli hanno una probabilità cinque volte mag­giore di vedere consumare la violenza del partner. Il contesto giuridico permette all’uomo violento di continuare a esercitare il controllo: attraverso l’affidamento condiviso, l’autorizzazione e l’attivazione di percorsi terapeutici e di sostegno alla genitorialità. Difronte al rifiuto del figlio di incontrare il genitore, inizia una strategia tesa ad occultare e negare l’evidenza dei comportamenti violenti. La violenza è sempre derubricata a “conflitto familiare” e il genitore collocatario (la madre!) del minore che rifiuta l’incontro con l’altro, viene “colpevolizzato” della situazione in essere. La risposta istituzionale non è sempre l’allontanamento del genitore violento, ma la “psicologizzazione” della famiglia, che viene sottoposta ad una globale terapia/familiare e a iter terapeutici che nulla hanno a che vedere con la problematica della violenza, che anzi perpetrano ed ampliano. Nel conflitto per l’affido e la gestione dei figli, la resistenza e/o opposizione del genitore che ha subito violenza all’incontro tra il figlio e il genitore violento, invece di essere di essere indagata e riconosciuta, si trasforma nella c.d. alienazione genitoriale oggi meglio definita “disturbo della relazione tra più soggetti”. Oggi tale situazione, che non può essere considerata alla stregua di una patologia clinicamente accertata, è una delle tattiche che viene utilizzata per spostare l’attenzione dalla violenza, al genitore ostacolante (madre!) che metterebbe in atto strategie di manipolazione sui figli, che si oppongono ad incontrare il genitore violento. È pur vero che [continua ..]

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4. Mediazione e violenza di genere

Le vittime di violenza domestica sono molto svantaggiate anche nel processo di mediazione familiare in quanto: gli ex-coniugi sono trattati sullo stesso piano, il processo di mediazione sospende le procedure giudiziarie con l’evidente scopo di occultare la violenza domestica viene de­rubricata a conflitto genitoriale. Gli ex coniugi/partner sono incitati a guardare il futuro ignorando le problematiche legate alla violenza. La legislazione, invece, è molto esplicita in tema di mediazione familiare. Le Nazioni Unite (2010) hanno affermato: «La legislazione deve vietare esplicitamente ogni mediazione nei casi di violenza contro le donne, prima o durante la procedura giudiziaria». La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le don­ne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul, 2014): all’art. 48 recita: «Le parti devono adottare le necessarie misure legislative o di altro tipo per vietare il ricorso obbligatorio a procedimenti di soluzione alternativa delle controversie, incluse la mediazione e la conciliazione, in relazione a tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione» e l’art. 31 (Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza) afferma che: «1. Le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione. 2. Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini».

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5. Conclusioni

La violenza domestica è un fenomeno che non si può rifiutare di riconoscere. Applicare in questi casi l’affido condiviso, appellarsi alla teoria della Pas in sede processuale, dopo una separazione, genera danni enormi per chi subisce violenza. Purtroppo, le denunce ai comportamenti violenti da parte della donna/ex-coniuge, sono sempre più viste sotto il profilo riduttivo della vendetta contro l’ex-partner, che come vere e proprie denunce di realtà difficili [1]. Si applica automaticamente la Pas ovvero “disturbo della relazione tra più soggetti”, come oggi viene più correttamente definita quando un figlio rifiuta di incontrare l’altro genitore, con il risultato di occultare in molti casi gravi episodi di violenza domestica che coinvolgono in maniera diretta o indiretta i bambini che, se ritenuti soggiogati dal c.d. genitore alienante, non possono nemmeno essere considerati “credibili” in sede processuale, così scongiurando in maniera definitiva la possibilità di dare voce a chi in molti casi non ne ha. È doveroso auspicare una presa di coscienza seria da parte di tutti i soggetti coinvolti, Magistratura, Servizi, Consulenti, Difensori, affinché la violenza di genere domestica, sia riconosciuta e trattata con le necessarie attenzioni.

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NOTE

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