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Giudizio di divisione di beni immobili e documentazione ipocatastale: l'intervento della cassazione e le questioni ancora aperte

Luigi D’Alessandro, Giudice della VIII Sezione civile del Tribunale di Roma

Con ord. 28 maggio 2020, n. 10067 la Corte di Cassazione, intervenendo per la prima volta sulla questione, ha chiarito che il deposito in giudizio della c.d. documentazione ipocatastale – quella stessa richiesta dal­l’art. 567 c.p.c. al creditore procedente per sottoporre ad esecuzione forzata immobiliare i beni del debitori – non è necessario ai fini della ammissibilità o della procedibilità della domanda di divisione di beni immobili. La pronuncia ribalta un diffuso orientamento di diverso segno seguito da una larga giurisprudenza di merito, evidenzian­done l’assenza di una chiara base normativa. Tuttavia, benché le motivazioni finora addotte a sostegno del più rigoroso indirizzo delle Corti di merito non siano del tutto convincenti, la produzione in giudizio di un documento che attesti la situazione delle trascrizioni ed iscrizioni eventualmente gravanti sull’immobile da dividere consente senz’altro un più sicuro controllo sull’integrità del contraddittorio, a beneficio dell’utilità della decisione conclusiva. Il presente contributo offre una ricognizione delle due tesi contrapposte, evidenziando le ragioni che forse consigliano di non abbandonare l’orientamento censurato dalla Suprema Corte.

PAROLE CHIAVE: divisione - beni immobili - comproprietario - procedibilità - iscrizione - trascrizione

With order no. 10067 of 28 May 2020, Corte di Cassazione, pronouncing for the first time on the issue, clarified that the filing with the court of the so-called “land registry/mortgage documentation” – the same documentation that art. 567 of the Italian Code of Civil Procedure requires from the creditor taking action to subject debtors’assets to forced execution of real property – is not necessary for the purposes of admissibility or pursuability of the application for division of real assets. This ruling overturns a widespread, different orientation followed by much lower-court case-law, and underscores a strong lack of a clear regulatory basis. However, although the justifications raised thus far in support of the more rigorous direction of the lower courts are not entirely convincing, the production in court of a document attesting to the situation of the transcriptions and entries that might be encumbrances on the property to be divided absolutely permits a more secure control over the integrity of the cross-questioning, to the benefit of the usefulness of the concluding decision. This article provides an overview of the two opposing theses, emphasizing the reasons that perhaps recommend not abandoning the orientation rebuked by the Supreme Court.

Sommario:

1. La tesi che condiziona la procedibilità della domanda giudiziale di divisione alla produzione della c.d. documentazione ipocatastale: fondamento giustificativo ed obiezioni - 2. La diversa posizione della Suprema Corte e i punti ancora in ombra - 3. L’art. 1113 c.c. e l’art. 784 c.p.c.: la categoria dei creditori opponenti. Spunti per una revisione dell’orientamento della Cassazione - 4. Una brevissima considerazione conclusiva - NOTE


1. La tesi che condiziona la procedibilità della domanda giudiziale di divisione alla produzione della c.d. documentazione ipocatastale: fondamento giustificativo ed obiezioni

Da circa vent’anni una parte della giurisprudenza di merito, nel pronunciarsi in controversie aventi ad oggetto la divisione di beni immobili, sostiene che la produzione in giudizio dei documenti catastali e di quelli attestanti la situazione delle iscrizioni e trascrizioni gravanti sul bene (o sui beni) da dividere costituisca condizione di ammissibilità (ovvero di procedibilità) della domanda giudiziale. La documentazione testé menzionata – usualmente definita documentazione ipocatsatale – sarebbe infatti indispensabile per accertare, da un lato, l’effettiva titolarità del diritto dominicale in capo alle parti del giudizio, dall’altro, l’esistenza o meno di altri eventuali litisconsorti necessari ai sensi degli artt. 1113 c.c. e 784 c.p.c. [1]. La pronuncia che ha probabilmente fornito la spiegazione più completa ed esaustiva di questo indirizzo è la sentenza della Corte d’Appello di Roma 10 giugno 2001, n. 2480, la quale, con un articolato percorso motivazionale, ha precisato che la documentazione che deve necessariamente depositarsi al fine di consentire la necessaria verifica officiosa della qualità di comunista in capo a chi formula la domanda nonché dell’integrità del contraddittorio con riguardo a tutti i possibili litisconsorti necessari è la medesima documentazione che occorre al creditore procedente (oltre al titolo esecutivo) per sottoporre ad esecuzione forzata immobiliare i beni del debitore alla stregua di quanto previsto dall’art. 567 c.p.c., ossia l’estratto del catasto nonché i certificati delle iscrizioni e trascrizioni relative all’immobile pignorato effettuate nei venti anni anteriori alla trascrizione del pignoramento, o, alternativamente, un certificato notarile attestante le risultanze delle visure catastali e dei registri immobiliari. In assenza di certezza sulla proprietà dei beni da dividere nonché sull’assenza di vincoli o pregiudizi – certezza conseguibile solo attraverso la documentazione contemplata dal citato art. 567 – non sarebbe possibile adottare alcuna statuizione in merito, e la domanda giudiziale andrebbe quindi dichiarata improcedibile [2]. Nella sentenza ora in esame, la Corte d’Appello di Roma ha inoltre fornito ulteriori chiarimenti operativi circa le tempistiche della predetta produzione [continua ..]

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2. La diversa posizione della Suprema Corte e i punti ancora in ombra

Dopo una lunga attesa, forse dovuta alla scelta di molti difensori di iniziare subito una nuova causa di divisione piuttosto che contestare le pronunce di improcedibilità introducendo giudizi di impugnazione dall’esito incerto, la Corte di Cassazione si è recentemente pronunciata sulla questione. Lo ha fatto con l’ord. 28 maggio 2020, n. 10067, che, sconfessando il rigoroso indirizzo seguito da moltissimi giudici di merito, ha espressamente escluso che, nelle cause di divisione, la produzione della documentazione comprovante le trascrizioni e le iscrizioni sull’immobile comune sia un adempimento previsto a pena di inammissibilità o di improcedibilità della domanda [11]. L’arresto della Cassazione, salutato con favore dalla classe forense che spesso ha avvertito come arbitraria la posizione di tanti giudici di merito [12], affronta, negandone le validità, entrambi gli argomenti addotti a sostegno della tesi dell’improcedibilità per mancanza della documentazione ipocatastale: l’accertamento della comproprietà e la verifica dell’integrità del contraddittorio. Quanta alla prova della comproprietà, la Suprema Corte, pur riconoscendone in astratto la necessità anche nell’ambito di un giudizio divisorio, ha puntualizzato che in tale sede l’onere probatorio a carico dei condividenti è più contenuto rispetto a quello richiesto nel caso di azione di rivendicazione o di quella di mero accertamento della proprietà [13], poiché non si tratta di accertare positivamente la proprietà di una parte e di negare quella dell’altra, ma di accertare un diritto comune a tutte le parti di causa [14]. Fatta questa premessa, la Cassazione, nel caso sottoposto alla sua cognizione, ha liquidato agevolmente la questione della prova della proprietà, evidenziando che il relativo accertamento era già stato compiuto dal giudice di merito con sentenza non definitiva non impugnata, sicché nes­suna ulteriore discussione poteva consentirsi al riguardo. Resta però fermo il principio a mente del quale la prova della comproprietà non deve raggiungere i livelli di rigore imposti in un giudizio di rivendicazione e può essere fornita senza la necessità di produrre i certificati delle trascrizioni ed iscrizioni sull’immobile da [continua ..]

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3. L’art. 1113 c.c. e l’art. 784 c.p.c.: la categoria dei creditori opponenti. Spunti per una revisione dell’orientamento della Cassazione

L’art. 784 c.p.c. – rubricato «Litisconsorzio necessario» – stabilisce che «Le domande di divisione ereditaria e di scioglimento di qualsiasi altra comunione debbono proporsi in confronto di tutti gli eredi o condomini e dei creditori opponenti se vi sono». Alla luce del tenore letterale di questa norma, non sembrerebbe potersi dubitare che il creditore opponente sia litisconsorte necessario nei giudizi di divisione. È certo vero che le indicazioni contenute nella rubrica degli articoli di legge non hanno un valore di per sé deciso nell’interpreta­zione delle disposizioni normative, ma è altrettanto vero che la lettera dell’art. 784 c.p.c. non sembra lasciare adito a dubbi circa la qualità di litisconsorte necessario del creditore opponente, posto sullo stesso piano dei comunisti, e al quale la disposizione codicistica garantisce la chiamata in giudizio attraverso la necessaria proposizione nei suoi confronti della domanda introduttiva. Viene qui in rilievo un caso di litisconsorzio c.d. propter opportunitatem, vale a dire un litisconsorzio che la legge prevede, appunto, per ragioni di opportunità, indipendentemente dalla valutazione della struttura del rapporto sostanziale dedotto in giudizio, in contrapposizione al litisconsorzio c.d. secundum tenorem rationis, imposto dalla natura plurilaterale del rapporto oggetto di causa e quindi dal fatto che gli effetti della futura sentenza non possono che prodursi nei confronti di tutti i soggetti che di quel rapporto sono titolari [19]. Le ragioni di opportunità che hanno indotto il legislatore a sancire il litisconsorzio anche nei confronti del creditore opponente sono in sostanza costituite dall’esigenza di salvaguardare la posizione di colui che vanta un credito verso uno dei condividenti, consentendogli, tramite la partecipazione al giudizio divisionale, di vigilare affinché il suo debitore riceva, all’esito delle operazioni divisorie, una porzione di valore non inferiore al valore della propria quota. Come già rilevato, tra le varie figure di creditori, l’art. 784 c.p.c. contempla i soli creditori opponenti, rimanendo invece silente rispetto ai creditori che, ancorché iscritti, non abbiano proposto opposizione. A delineare più esattamente la categoria del creditore opponente è l’art. 1113 c.c. il quale opera una ben [continua ..]

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4. Una brevissima considerazione conclusiva

Non è affatto scontato che l’intervento della Corte di Cassazione del 2020 qui commentato, ponga definitivamente termine a quel vasto indirizzo giurisprudenziale che condiziona la procedibilità della domanda di divisione immobiliare alla produzione dei documenti attestanti lo stato delle trascrizioni e delle iscrizioni sul bene da dividere. Non è inverosimile che un’ampia parte dei giudici di merito continui, anche in considerazione del carattere per il momento isolato della recente pronuncia di legittimità, a tener fermo il più rigoroso orientamento sin qui seguito. Ciò anche in ragione di alcuni aspetti della questione – si pensi soprattutto alle disposizioni normative che sembrano assegnare al creditore opponente la qualità di litisconsorte necessario – che i giudici di legittimità sembrano non aver ancora approfondito. In questo quadro giurisprudenziale ancora non del tutto consolidato, sarà allora opportuno per i difensori delle parti, quantomeno per ragioni di prudenza, continuare a depositare, nei giudizi divisori aventi ad oggetto beni immobili, i documenti previsti dall’art. 567 c.p.c.; attività, questa, non particolarmente gravosa e il cui costo è senz’altro ripagato dalla tranquillità di un più sicuro esito fruttuoso del giudizio.

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NOTE

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